
L’Italia di qualità vale il 46,3% del Pil. Presentato oggi il PIQ – Prodotto Interno Qualità, il nuovo misuratore dell’economia italiana ideato da Symbola e Unioncamere
E’ possibile dare una misura economica a un valore apparentemente intangibile come la qualità? In un momento in cui la grave crisi finanziaria in atto ha dato maggior forza al dibattito da tempo aperto per trovare nuovi indicatori da affiancare al PIL, per leggere meglio la situazione attuale e le tendenze in atto, nasce il PIQ, il Prodotto Interno Qualità, una nuova misura dell’economia per leggere l’Italia e affrontare la crisi.
Un cantiere e un laboratorio di pensiero, pensato da Symbola insieme a Unioncamere e che vede la partecipazione di esponenti del mondo scientifico, di oltre 150 esperti di settore, ma anche rappresentanti delle principali associazioni di categoria da Confindustria, Coldiretti, CNA, Confartigianato, Confcommercio che oggi è stato presentato a Roma nel corso di un convegno a cui hanno preso parte Ermete Realacci, Presidente Symbola, Claudio Gagliardi, Segretario generale Unioncamere, Maurizio Lupi, Vicepresidente Camera dei Deputati e AD Fiera Milano Congressi, Luigi Campiglio, Prorettore Università Cattolica Sacro Cuore Milano e Coordinatore scientifico PIQ, Livio Barnabò, Coordinatore tecnico PIQ e Nexen Business Consultant, Marco Fortis, Vicepresidente Fondazione Edison, Marco Frey Professore ordinario Economia e Gestione Imprese Scuola Superiore S. Anna Pisa, Alessandro Rinaldi, Responsabile Area Studi e Ricerche Istituto Tagliacarne, Giuseppe Tripoli, Capo Dipartimento Impresa e Internazionalizzazione Ministero Sviluppo Economico.
Frutto di un originale mix tra innovazione, ricerca, creatività e saperi territoriali, tutti tratti distintivi della soft economy, il Prodotto Interno Qualità calcolato per il 2009 è pari al 46,3% del PIL, per un valore non inferiore ai 430,5 miliardi di euro.
Dall’analisi della ricerca emergono i settori industriali di punta, dove elevata è la presenza di qualità, come la chimica, la metalmeccanica, l’elettronica e i mezzi di trasporto, ma si segnalano positivamente anche attività “tradizionali” come il commercio e l’agricoltura. I settori del made in Italy si collocano invece intorno alla media, evidenziando però accentuazioni delle dimensioni qualitative relative allo sviluppo del prodotto/servizio (informatizzazione, sostenibilità ambientale, sicurezza sul lavoro).
“Oggi più che mai”, spiega Ermete Realacci “, visto il momento di grave crisi che stiamo attraversando, sia il mondo della politica che quello dell’economia sono chiamati a ripensare la questione del rapporto tra quantità e qualità dello sviluppo. A rafforzare il dibattito per trovare nuovi indicatori da affiancare al PIL, per leggere meglio la situazione attuale e le tendenze in atto. La nostra proposta, dunque, è quella di trovare un nuovo strumento per misurare l’economia e provare, nella crisi, a cambiarla. Quella che emerge dal PIQ, del resto, è un’Italia che ha un grande bisogno di essere messa in rete, raccontata, rappresentata per quello che è, di riconoscersi in un progetto comune, quello della qualità, per essere più forte.”
Fonte imamgine: Ansa


